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20/04/2017 – Il Plumtech di Save the Duck. 

Senza piuma d’oca si può fare business lo stesso. Lo dimostra il progetto Save the Duck, lanciato nel 2011 da Nicolas Bargi e oggi arrivato alla soglia dei 30 milioni di euro di giro d’affari puntando tutto esclusivamente sul sintetico, ovvero il Plumtech, un’ovatta tecnica termoisolante ricavata da un poliestere frutto del riciclo di bottiglie di plastica.

Il marchio, controllato al 51% dall’imprenditrice Marina Salamon e gestito dallo stesso Bargi, ha chiuso il 2016 con un fatturato di 27,5 milioni, ma l’obiettivo del brand per l’anno in corso è di arrivare a un fatturato superiore ai 30 milioni, il tutto puntando sempre di più sui mercati esteri che oggi pesano per il 50% del giro d’affari. «Cresciamo e continuiamo a farlo in Europa, in particolare in Germania, nell’area del Benelux e in tutta la Scandinavia», afferma Bargi, «e ci stiamo consolidando negli Stati Uniti dove abbiamo raddoppiato le vendite nei grandi department store, passando da 25 a 50 mila capi».

“Abbiamo un impegno quotidiano: migliorare la sostenibilità della nostra azienda nel pieno rispetto degli animali, dell’ambiente in cui vivono e delle persone che lo abitano.”

“Per noi fare Moda significa essere responsabili delle nostre azioni ed onesti con i nostri clienti. Ogni collezione è accuratamente studiata dal nostro team per garantire la creazione di capi comodi, belli e rispettosi dell’ambiente e degli animali.”

Save the Duck collabora con diverse associazioni ambientaliste come WWF (l’anno scorso è stata realizzata una collezione di 50 capi, ognuno dedicato ad animali in estinzione) e LAV (da cui ha ottenuto la certificazione Animal Free Fashion).

Nel 2014 Save the Duck ha vinto il Vegan Fashion Award attribuito da PETA e quest’anno anche il “PETA Innovator for Animals” grazie alla sua speciale tecnologia Plumtech.

Dal 2018 l’azienda avrà un nuovo testimonial d’eccezione: Paperino.

12/02/2016 – Con Certilogo contro i falsi. 

La lotta alla contraffazione passa da un QR code: un codice univoco per identificare ogni singolo capo, che permette al cliente di verificare l’autenticità del proprio acquisto e in caso contrario di richiedere un rimborso.

Ecco l’idea italiana che si sta facendo largo nei settori dell’abbigliamento e del lusso.

Chi acquista un capo d’abbigliamento contraffatto si divide sostanzialmente in due categorie: chi lo fa intenzionalmente, per poter sfoggiare un vestito all’apparenza griffato senza pagare il prezzo di listino; e chi invece viene truffato, per un’eccessiva leggerezza in fase di acquisto o più semplicemente per una fiducia mal riposta nel venditore. Fatto sta che oggi, all’epoca dell’e-commerce dilagante e non ancora sufficientemente controllato, le fila di entrambe le categorie si allargano alla velocità della luce. Basta pensare che nel 2014 la merce contraffatta venduta attraverso il solo portale Alibaba ha sfiorato quota 45 miliardi di dollari.

La possibilità di controllare l’autenticità del prodotto, dunque, si è via via trasformata in una vera e propria necessità: da un lato per i brand, che vedono il proprio mercato seriamente danneggiato, dall’altro per i consumatori, che sentono l’esigenza di garanzie e tutele maggiori.

È in questo contesto che nel 2006 prende il via il progetto Certilogo.

Che cos’è

All’apparenza Certilogo potrebbe sembrare un semplice codice grafico per accertare l’autenticità del prodotto. Ed è così, ma solo in parte, perché ciò che sta alle spalle di questa idea è un qualcosa di molto più completo. Il servizio è stato ideato da un quartetto di professionisti italiani (Michele Casucci, Luca Losa, Daniele Sommavilla e Paolo Pegurri) provenienti dai più disparati settori aziendali, ed è stato messo a punto pensando in particolar modo ai settori del lusso e dell’abbigliamento. Ciò che ne è risultato è una sorta di hub virtuale in cui si incontrano consumatori, marchi, rivenditori e persino uffici doganali, nel quale si viene a creare una vera e propria rete con un unico obiettivo: quello di arginare e combattere la contraffazione scambiandosi reciprocamente informazioni. Al momento sono una cinquantina le aziende che hanno deciso di dotare i propri capi di questo strumento: tra queste anche brand internazionali del calibro di Stone Islandadd down e Save the Duck.

Come funziona

Per quanto riguarda i processi di produzione aziendale, Certilogo genera per ogni singolo capo un codice QR del tutto univoco. Per intenderci, nemmeno due t-shirt dello stesso marchio, della stessa collezione, della stessa taglia e dello stesso colore avranno mai lo stesso codice. Ad ognuno di questi codici, stampati sull’etichetta del prodotto, vengono poi abbinati i dati relativi ai luoghi della produzione e soprattutto della distribuzione. Il cliente, durante o dopo la fase di acquisto, può controllare l’autenticità del capo utilizzando l’app di Certilogo o un comune QR Code Reader (scaricabile gratuitamente da qualsiasi app store).

Una volta reindirizzato sul sito del servizio, l’Authenticator di Certilogo richiede all’utente di indicare la propria posizione e il negozio online/offline in cui è stato effettuato l’acquisto. Se i dati forniti corrispondono a quelli legati al codice, il capo viene dichiarato autentico. Se invece questo non accade, il cliente può fare richiesta di un Fake Report, ovvero un attestato di non autenticità con il quale potrà ottenere un rimborso dal negozio o dal servizio di pagamento utilizzato per l’acquisto (PayPal, per esempio).

Diffusione e prospettive

Sono 72 milioni i prodotti di moda e cosmesi fino ad ora dotati di Certilogo, distribuiti in oltre 160 Paesi. Nel corso del 2015, sono state 160mila le autenticazioni verificate. Di queste, l’8% ha rivelato un caso di contraffazione: ciò ha fornito al cliente la possibilità di ottenere il rimborso e all’azienda quella di individuare con maggiore dettaglio i capi più imitati e i luoghi di provenienza e di vendita della merce contraffatta. Già, perché la forza di questo servizio sta proprio nella capacità di mettere in rete le informazioni, sfruttando appieno le potenzialità del crowdsourcing: più utenti verificano, più dati vengono forniti su eventuali mercati del falso, particolarmente attivi oggi attraverso il web. Certilogo, già leader globale nel settore della certificazione nel campo dell’abbigliamento, si pone come obiettivo quello di una costante crescita nei prossimi 10 anni, nella speranza di riuscire a ingaggiare sempre con maggiore frequenza il circolo di informazioni generato da ogni singola autenticazione. Sul fronte dell’e-commerce, intanto, si è già al lavoro per dotare i venditori virtuosi di un certificato, con tanto di codice che il cliente potrà controllare virtualmente prima dell’acquisto e dal vivo una volta ricevuta la merce a casa.

30/10/2016 – Benetton calza Philippe Model.

21 Investimenti, gruppo europeo fondato e guidato da Alessandro Benetton, completa il terzo investimento del programma “21 Investimenti III” rilevando la quota di maggioranza in Philippe Model.

Benetton veste Philippe Model

Il gruppo di Alessandro Benetton acquisisce la maggioranza di una delle imprese più interessanti del calzaturiero made in Italy.

Philippe Model, con sede a Vigonovo (Venezia), nel distretto calzaturiero della Riviera del Brenta vero cuore della produzione di alta gamma, dove sono presenti tutti i principali brand del lusso, ha saputo affermarsi in Italia e nei mercati internazionali producendo sneaker per uomo e donna dalla forte impronta fashion e contemporanea, realizzate 100% made in Italy.

Sotto la guida di Paolo Gambato (Designer) e Roberto Doro (Direttore Generale), Philippe Model oggi raggiunge un fatturato retail equivalent di circa 100 milioni di Euro, di cui la metà realizzati all’estero.

Il progetto di sviluppo di 21 Investimenti prevede un ambizioso piano di crescita internazionale supportato da aperture di flagship store nelle principali capitali mondiali e l’estensione della collezione a nuovi target, nell’ambito di un coordinato piano di marketing, al fine di rendere il brand un’icona nel suo segmento e un punto di riferimento internazionale.

Nell’ambito del progetto, 21 Investimenti affiancherà agli attuali manager, che rimarranno anche soci, un amministratore delegato con una lunga esperienza nel mondo del lusso.

Alessandro Benetton dichiara: “Sono orgoglioso di poter contribuire allo sviluppo di una realtà che ha saputo affermarsi in un settore trainante del made in Italy. Philippe Model ci ha convinto per la forte attenzione al prodotto, ai materiali e al design che la contraddistingue. L’obiettivo che ci siamo posti é di portarla a essere un leader riconosciuto a livello internazionale: Philippe Model rappresenta un esempio tipico del savoir faire italiano, che servendosi delle competenze locali conquista i mercati mondiali grazie a prodotti di indiscutibile qualità e dalle linee eleganti”.

Paolo Gambato e Roberto Doro dichiarano: “Siamo contenti di iniziare questo nuovo capitolo di Philippe Model. Abbiamo sempre creduto nel brand e nella qualità dei nostri prodotti completamente made in Italy. Il nuovo progetto rispecchia la nostra essenza e crede in tutto ciò che abbiamo fatto e nel quale crediamo. Quest’unione ci guiderà al raggiungimento di nuovi obiettivi mettendoci di fronte a nuove sfide che siamo pronti a cogliere con entusiasmo”.

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